Il 19 in Piemonte

Un’altra grande pandemia: la spagnola di inizio ‘900.

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Poco più di cento anni fa, i nostri nonni dovettero far fronte a una micidiale pandemia, la cosiddetta Spagnola.

Tra la primavera del 1918 e il mese di dicembre del 1919, il contagio si diffuse in quasi tutte le nazioni del mondo, causando almeno venticinque milioni di vittime ufficiali. C’è però chi sostiene che i morti  siano stati molto di più, attorno ai quaranta milioni.

Quell’epidemia fu chiamata Spagnola, non perché provenisse dalla Spagna, ma perché i primi a diffondere apertamente la notizia dell’epidemia in atto furono i quotidiani spagnoli. A quei tempi, la stampa dei Paesi europei (quasi tutti coinvolti nel primo conflitto mondiale), compresa la stampa italiana, era soggetta a una severa censura di guerra. Per molto tempo si negò che fosse in corso una pandemia internazionale, sostenendo tuttalpiù che il morbo fosse circoscritto nei soli confini interni della Spagna. E così, quando l’epidemia cominciò a mietere vittime in tutta Europa, si diffuse nelle popolazioni l’errata convinzione che quella malattia fosse stata “esportata” dalla Penisola Iberica.

Questa pandemia coincise con il periodo finale del primo conflitto mondiale, e colpì migliaia di soldati al fronte, già logorati dalla vita di trincea, ma anche la popolazione civile delle varie nazioni coinvolte, stremata dai disagi di una lunga guerra. Nella sola Italia, morirono circa seicentomila persone, cifra più o meno pari a quella del numero dei nostri caduti della Grande Guerra, e dunque con un impatto demografico negativo assai marcato sulla popolazione complessiva.

Anche Torino, insieme a tutto il Piemonte (fu in Valdossola che si registrarono i primi contagi italiani), pagò un pesante tributo di vittime. Ed anche Aosta e la sua valle, che allora era una provincia piemontese. I primi casi di contagio vennero gestiti, se non proprio con leggerezza, almeno un po’ sottogamba, e con un malcelato ottimismo. 

La Sanità Militare di allora cercò di arginare il dilagare del virus adottando essenziali misure profilattiche di emergenza, come l’isolamento dei malati gravi in scuole e altri edifici pubblici, adattati alla bisogna e attrezzati come Ospedali Militari.

Per garantire e tutelare la salute della popolazione civile, il Governo non adottò nessuna disposizione particolare preventiva o di contenimento, come la chiusura dei mercati, dei cinema, o la limitazione degli spettacoli teatrali, ecc. L’anno scolastico venne a lungo interrotto e poi ripreso nei mesi estivi, prorogandone il termine fino alla metà del mese di luglio. L’uso delle mascherine fu limitato ai medici e al personale infermieristico degli ospedali. I medici di famiglia, dal canto loro, collaborarono fattivamente con le autorità sanitarie nelle cure dei pazienti e nell’adozione di misure atte a contenere l’ondata epidemiologica.

Essendo ignota la causa dell’influenza, furono sperimentati numerosi vaccini, nessuno dei quali però risultò efficace.

Come per altri Stati del mondo, la Spagnola si presentò in Italia e in Piemonte con una prima ondata di contagi nella tarda primavera del 1918,  con caratteristiche tutto sommato benigne; una seconda ondata di contagi irruppe in autunno, per poi riacutizzarsi a partire dal mese di dicembre, imperversando per un altro anno intero, fino al successivo inverno, quello del 1919.