Il 19 in Piemonte

Lo sapevate che la Val D’Ossola è ricca di leggende terrificanti?

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L’Ossola, il lembo di Piemonte che si incunea nella Svizzera germanofona è un territorio che, grazie ad una sistematica opera di riscoperta e valorizzazione del patrimonio folk tradizionale, rappresenta un importante caso di studio e permette di analizzare le leggende – e le loro permanenze – a livello antropologico. Leggende che, spesso, sono poco più di un brevissimo racconto: “Si narra che, di notte, a Premosello, ci fossero cortei di morti” o “Nelle le notti di tempesta si sentivano urla di animali feroci, erano le cacce diaboliche, i non morti che uscivano guidati da un demone”.

Le leggende, i racconti di streghe, di fate, di morti che ritornano – i revenant – non sono “racconti per bambini” così come li intendiamo oggi. Servivano ad insegnare qualcosa anche agli adulti: ad esempio, a non avventurarsi in zone pericolose o potenzialmente tali in alcune ore del giorno o della notte. Così non si esitava ad arricchire questi racconti di particolari truculenti. Se vogliamo, avevano lo scopo di creare una geografia immaginaria che si sovrapponesse a quella reale. Perché il terrore e la paura aiutano a creare dei tabù: nelle grotte di Sambughetto, in valle Strona, non si entra perché ci sono le streghe. Ovvero il rischio, concreto, di perdersi nei labirinti e crepacci sotterranei.

I boschi e le montagne sono l’ambientazione tipica dei racconti del terrore, poiché sfruttano la paura atavica dello smarrirsi. Notte e boschi principalmente. Il timore della notte, nelle veglie – vere e proprie “università contadine”, luoghi dove avveniva la trasmissione dei saperi tradizionali – era un motivo ricorrente: quasi tutte le figure negative appaiono al buio, o meglio in assenza della luce solare, vista come simbolo del bene.

Con l’allungarsi delle ombre i diavoli si risvegliano, le streghe ed i demoni si uniscono in sabba sfrenati ed orgiastici, i morti e gli spiriti risorgono dalle loro tombe, lanciandosi in sfrenate cacce diaboliche tra cani fantasmi e scheletri di cavalli. Ma l’arrivo dell’alba, il suono di una campana in lontananza e la processione sul limitare del bosco sconfiggono i demoni riportando il mondo alla consueta tranquillità.
Nel bosco vivono anche esseri positivi: gli uomini selvatici, senza vestiti e coperti di peli o foglie che insegnano agli alpigiani a produrre il formaggio ma vengono scacciati, spesso in malo modo, dagli uomini.

Parlare di leggende e studiare le leggende significa anche scardinare alcuni stereotipi. Ad esempio l’equivalenza tra strega e personaggio brutto e malevolo, contrapposto alla fata, bella e buona. Le leggende, oggi riscoperte e reinventate sistematicamente in un intrigante “bricolage contadino” rispecchiano i nostri timori e costruiscono il nostro mondo immaginato. Grazie alle leggende abbiamo imparato a non accettare dolci o mele dalle vecchie nel bosco, a non avventurarci in luoghi pericolosi come ponti del Diavolo o grotte delle streghe, a tenerci lontani dai boschi e dai sentieri non battuti. Un imprinting culturale che oggi l’industria cinematografica horror recupera a piene mani.