Il 19 in Piemonte

La storia dei Walser, il popolo delle Alpi.

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Nella parte più alta delle vallate che scendono dal versante italiano del Rosa da secoli si parla tedesco, le case sono di legno e i capelli degli uomini e delle donne sono biondi. I Walser, popolo di montanari, sin dal lontano secolo XIII presero possesso delle zone più impervie e disagevoli della Val di Gressoney e della Valle Anzasca, della Valsesia e delle sue numerose diramazioni. Vestiti, case, leggende, superstizioni, soprattutto l’uso di un medesimo dialetto, il Titsch, mostravano l’origine inequivocabilmente comune degli abitanti di Gressoney e di Macugnaga, di Alagna e di Rimella: ma quale fosse quest’origine è rimasto per lungo tempo uno dei più affascinanti misteri di tutte le nostre Alpi, vera e propria “questione omerica” su cui gli storici hanno dibattuto e polemizzato per anni e anni, ancor oggi non del tutto acclarata. Se infatti appare ormai certo il luogo di provenienza dei Walser, non altrettanto chiarita è stata a lungo la causa delle improvvise migrazioni avvenute 700 anni fa. E solo di recente si è giunti a ritenere con una qualche certezza che fossero dovute alla ricerca di nuove terre coltivabili, fuggendo da territori troppo densamente popolati.

I Walser erano infatti alemanni di umile condizione sociale, forse provenienti in origine dall’Oberland bernese e poi stabilitisi già prima dell’anno Mille nell’alta valle del Rodano, lo svizzero Vallese (e infatti Walser è contrazione di Walliser, cioè abitanti del Wallis, il Vallese). Una parte di loro varcò colli e passi per venire a stabilirsi sul versante meridionale del Rosa: alcuni valicando il passo Teodulo a ovest del massiccio, altri per il passo di Monte Moro, a est del Rosa e subito sopra Macugnaga.

Relegati dalle popolazioni locali nelle zone più alte e inospitali delle loro vallate, i coloni Walser furono contadini e pastori, poi anche mercanti e artigiani. Erano noti anche come bravi muratori e “secchionari” (costruttori di mastelli e secchielli), che stagionalmente si spingevano per lavoro persino fino alla Germania meridionale, mentre le donne rimaste a casa si sobbarcavano il lavoro nei campi e nelle stalle. La condizione di isolamento delle comunità walser e la loro stessa relativa autonomia amministrativa favorirono lo sviluppo di uno spirito di indipendenza che contribuì al miglioramento delle loro condizioni economiche ma anche alla conservazione nel corso dei secoli sia delle usanze sia dell’originaria lingua tedesca. Così come per la lingua, anche la più tipica delle manifestazioni della cultura Walser, la particolarissima architettura, è stata sottoposta a una progressiva serie di irrevocabili trasformazioni.

Per secoli le abitazioni Walser hanno conservato uno schema rigido e ostinatamente ripetitivo, la cui più curiosa peculiarità è costituita dal fatto che il basamento in muratura dovesse sempre ubbidire allo schema planimetrico obbligato dei piani superiori.

Le abitazioni Walser nel loro complesso ripetono schermi planimetrici sempre uguali, senza deviazioni né introduzioni di elementi nuovi. Le uniche soluzioni forzatamente originali si hanno negli agglomerati dei villaggi, quando le logge di case sorte una accanto all’altra si uniscono per formare vere strade-gallerie.