Il 19 in Piemonte

La storia dell’eroe Savoia, il Principe Eugenio, che sconfisse l’esercito del Re Sole.

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Nato nel 1663 a Parigi da Eugenio Maurizio, Principe di Savoia-Carignano, ed Olimpia Mancini, una delle nipoti del Card. Mazzarino, Eugenio di Savoia rimase a 10 anni orfano di padre, con una madre che, persa fra divertimenti ed avventure galanti, cadde in disgrazia presso il Re Sole per il suo coinvolgimento nel diabolico “affaire des poisons” (“affare dei veleni”), che ammorbò la Parigi degli anni ’80 del 17esimo secolo, vedendosi così costretta a rifugiarsi in Belgio.

Lasciato alle cure della severissima nonna Maria di Borbone, il piccolo Eugenio crebbe privo di affetti familiari, sballottato come fu fra il personale di servizio dell’”Hotel de Soissons”, e maturò propositi ribelli frequentando anche, secondo le malelingue, una cerchia di effeminati “garçons”.

Bruttarello com’era, spesso sudicio e sempre trasandato Eugenio non trasmetteva certo una bella immagine di sé, nonostante l’acuta intelligenza che tutti gli riconoscevano. Ad un certo punto però, dando prova d’una straordinaria forza di volontà, qualcosa gli scattò dentro convincendolo ad irrobustire il fisico con lunghe cavalcate e sedute ginniche, ed applicarsi agli studi accarezzando l’idea di consacrare la propria vita al mestiere delle armi.

Re Luigi XIV di Francia, cui per primo propose i propri servizi, lo ascoltò sgarbatamente mettendolo senza troppi complimenti alla porta, senza dubbio per lo sgradevole ricordo che conservava di sua madre, salvo poi pentirsene amaramente di lì a qualche anno. Il ventenne Eugenio decise allora di fuggire in Austria, sulle orme del fratello maggiore, per mettersi al servizio dell’Imperatore Leopoldo I, sempre ben disposto nei confronti degli appartenenti alla Casa di Savoia, di cui riconosceva le capacità militari.

L’incontro fra i due avvenne nell’agosto del 1683 e Leopoldo rimase subito ben impressionato dal contagioso entusiasmo di quel giovanotto che si diceva disposto a sacrificare per lui “fino all’ultima goccia del suo sangue”. Il primo banco di prova si presentò già una ventina di giorni più tardi, quando durante l’epica battaglia che consentì la liberazione di Vienna dall’assedio dei Turchi Eugenio ebbe subito modo di mettersi in mostra.

Un paio d’anni più tardi sarebbe stato nominato “luogotenente generale” dell’Impero: fu l’inizio d’una carriera sfolgorante che l’avrebbe visto combattere sempre in prima fila e con assoluto disprezzo del pericolo, fianco a fianco coi suoi soldati fino a rimediare qualche schioppettata. I nemici turchi e francesi avrebbero presto iniziato a conoscerlo e temerlo; gli amici bavaresi, prussiani, inglesi e sabaudi, invece, a farne un idolo.

Le clamorose vittorie ne consacrarono il genio militare sino a farlo entrare nella leggenda, consentendogli di accumulare, oltre a glorie ed onori, anche immense ricchezze. Come Presidente del Consiglio dei Ministri, Governatore del Ducato di Milano prima e dei Paesi Bassi poi, avrebbe via via concentrato su di sé un potere prima d’allora mai visto nelle mani d’un solo uomo nel Sacro Romano Impero.

Insensibile ai pettegolezzi su di lui messi in giro dalla perfida duchessa d’Orleans, il cui marito era stato più volte da lui sconfitto in battaglia, si fece benvolere da tutti anche per la straordinaria cortesia con cui trattava i propri uomini, sempre rifuggendo dall’uso della violenza e curandosi della sorte di feriti, orfani e vedove di guerra, fino ad allora abbandonati a se stessi.

Lui, un aristocratico che però veniva dalla gavetta, si scelse sempre amici e collaboratori in base non al lignaggio familiare, bensì al merito ed alle capacità personali. Intensa fu la sua frequentazione di artisti, scienziati e filosofi, in primis Leibniz e Rousseau, che di lui scrisse: “Fu imparando a vincere se stesso che imparò a sconfiggere i suoi nemici”.

Non si sposò mai e lasciò in eredità tutto il suo immenso patrimonio alla nipote Anna Vittoria di Savoia-Carignano, che lo avrebbe in poco tempo smembrato svendendolo in parte all’Imperatore Carlo VI d’Asburgo ed in parte al cugino Carlo Emanuele III, che con esso avrebbe costituito il primo nucleo della Galleria Sabauda di Torino.

Stanco e quasi cieco all’inizio del 1735 Eugenio lasciò tutti gli incarichi pubblici, limitandosi ad offrire qualche colazione agli amici più cari e fu proprio al termine di una di esse che, ritiratosi anzitempo per riposare, si sarebbe messo a letto per non più risvegliarsi.